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Dolce&Gabbana a Napoli, lettera aperta agli stilisti (FOTO)

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fonte foto: instagram

Sono stata a Napoli.
Sono stata a Napoli nel periodo più bello nel quale Napoli può essere, quello natalizio.
La città in festa, le luci, i presepi a San Gregorio Armeno, le statuine, la gente felice, le metro stracolme, Piazza Plebiscito illuminata, le vie del centro, i dolci, tanti dolci, le mandorle ricoperte di zucchero, la cioccolata, l’epifania, il cibo di Napoli.
Napoli è la bellezza della sera quando si è tutti sulla stessa via e c’è qualcuno che suona più avanti, mentre qualcun altro canta più giù, altri ancora ti fanno un gioco con le carte, c’è una signora seduta sul ciglio di casa sua che osserva, forse da venti o trent’anni, sempre la stessa festa, lo stesso calore e immagina, magari nostalgica, quando era lei a ballare con le sue amiche per strada o con l’amore della sua vita, quell’amore che c’è sempre stato e che dura nel tempo, perché Napoli, col suo folklore, con le sue luci, con la gente in festa, con l’accento che non è quello di “Gomorra“, è amore.

E tutto questo calore e colore, cari stilisti, non siete riusciti a racchiuderlo nelle vostre manifestazioni d’alta moda.
Quello che ho visto ieri è stato una Sofia Loren, forse troppo iconica, seduta su un trono lussureggiante in attesa dell’evento più atteso a Napoli, eppure in questa città dalle mille sfaccettature nessuno siede su un trono, si è tutti alla pari, nessuno primeggia, nessuno vuole primeggiare.
L’Alta Moda, se preferisce la cornice di Napoli, deve adattarsi ad essa e non attraverso soliti stereotipi campanilistici, ma con leggerezza e freschezza, con la voglia di rendere davvero Napoli il posto che è.

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La banda a San Gregorio Armeno tra la gente che ci lavora, con le vostre ordinanze dirigenziali che vietano il passaggio causando un vero e proprio disagio, la sfilata per le strade che porta sì il mondo dell’Alta Moda alla “portata di tutti” ma distoglie l’attenzione dalla città stessa, ricca di suo e bella di suo che vede l’oltraggio dello scherno in tutto questo ridondante lusso e folklore.

Ogni punto della città è stato toccato in via eccezionale: da Villa Pignatelli, sede della prima sfilata che ha inaugurato le quattro giornate, al centro storico con Via Dei Tribunali e San Gregorio Armeno, da Castel Dell’Ovo e il Borgo dei Marinari, alla spiaggia di Posillipo, fino alla zona universitaria.
Le rouches, gli abiti pomposi, le gonne ad anfora di pizzo, le bluse scollacciate e preponderanti, i bustier, i gonnelloni e le corone sono state le protagoniste della sfilata dedicata interamente a Sofia Loren.
Tra questi, abiti con stampe ricamate con “i quartieri spagnoli“, babà sui cappelli, il Vesuvio e la maglia di Maradona.

Un tributo, quello degli stilisti, alla donna formosa, alla donna bella, alla pizza, agli atteggiamenti, alla cultura italiana, all’arte popolare, riuscito in maniera non delicata e sottile, ma prepotente e ridondante.

Tra gli spettatori, perché si parla di uno show più che d’Alta Moda, molte clienti facoltose della maison che, con i loro acquisti e “circa 40mila euro per far fronte a servizi accessori di polizia municipale e netturbini, una donazione di 50mila euro per la zona dei Decumani e 15mila euro di locazione per Castel dell’Ovo” da parte degli stilisti, dovrebbero portare benefici dal punto di vista economico a Napoli.
Ma privata per un lungo weekend di quattro giorni delle sue bellezze e particolarità e del suo turismo, Napoli può davvero arricchirsi con la benedizione del brand?

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L’Alta Moda che ci aspettavamo di vedere a Napoli aveva un sapore diverso, il sapore della commistione tra il gusto dei due stilisti e la magnificenza del luogo d’occasione che non è stato valorizzato ma è stato soppiantato dalla necessità di fare di questi 30 anni di festeggiamenti della maison, una vera e propria “tarantell“.