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Bettie Page, la pin-up degli scandali (GLAMOURZONE)

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Nel corso degli anni, dalle suffragette ad oggi, ci sono state donne che hanno contribuito -in un modo o nell’altro- alla rivoluzione femminile diventando delle figure importanti del loro tempo. In un epoca in cui il “sesso forte” padroneggiava su quello “debole”, a partire dagli anni della seconda guerra mondiale si diffuse il fenomeno delle pin-up -splendide ragazze tutte curve con sorrisi smaglianti e vestite con abiti succinti- che rappresentò il nuovo modello di sensualità femminile che contrastava quello misterioso delle grandi dive di Hollywood.
Tra le pin-up più celebri della storia un posto d’onore è occupato da Bettie Page, considerata la regina delle pin-up e prima modella a rompere gli schemi della società posando per servizi di genere fetish e a tema bondage, che ha influenzato star della musica come Katy Perry, Beyoncé (che le ha reso omaggio nel video Why don’t you love me?), Madonna, ma anche Dita Von Teese e grandi colossi della moda come Moschino e Victoria’s Secret.

Bettie Page nacque nel 1923 a Nashville. Valida studentessa, si iscrisse al College con l’intenzione di diventare insegnante, ma ben presto -data la passione per il cinema- intraprese lo studio della recitazione laureandosi nel 1944 in Arte. Trasferitasi a New York e in cerca di un ruolo come attrice, Bettie si mantenne facendo la segretaria e apparendo in alcune commedie minori. Nel 1950, mentre passeggiava per la spiaggia di Coney Island, incontrò Jerry Tibbs, un ufficiale della polizia appassionato di fotografia, che la volle per un servizio fotografico e le consigliò di adottare un nuovo taglio di capelli, costituito dalla frangia arrotondata, che divenne poi il suo tratto distintivo. Quello con Tibbs fu il primo di una lunga serie di fortunati servizi fotografici.
Nel 1951 le sue foto iniziarono ad apparire sulle copertine di riviste per soli uomini, come Wink, Titter, Eyeful e Beauty Parade, che le diedero molta popolarità, ma il successo arrivò dopo l’incontro con il fotografo Irving Klaw. Per Klaw la Page iniziò a posare a tema bondage o sadomaso divenendo la prima modella di bondage. Le foto, considerate scandalistiche, venivano mandate per corrispondenza e distribuite clandestinamente ai clienti che le richiedevano.
Bettie amava il suo corpo e posava in maniera del tutto naturale e sfrontata difronte l’obiettivo. In un epoca il cui il nudo veniva considerato reato e causa d’arresto, la nudità non la spaventava.

Nel 1954 lavorò con la fotografa ed ex modella Bunny Yeager che realizzò il famoso servizio “Bettie nella giungla”. Le foto vennero inviate a Playboy e Hugh Hefner, fondatore della rivista, rimase così affascinato che volle Bettie come Playmate del mese. Il successo di Bettie Page aveva raggiunto l’apice, tutti la volevano, tutti la desideravano. Il suo volto compariva ovunque ed entrò nella cultura popolare, la sua frangia era diventata il nuovo trend nel mondo dell’hairstyle e lei, grazie alle sue curve e al suo viso da ragazza della porta accanto, era diventata il sogno erotico per moltissimi uomini. Proprio durante gli anni d’oro della sua carriera la Page decise di abbandonare le scene e ritirarsi a vita privata. Il motivo di questa scelta rimane ancora oggi un mistero. C’è chi pensa che sia stato dovuto al suo matrimonio con Armond Walterson nel 1957 e alla conversione al cristianesimo, e chi invece fa riferimento allo scandalo delle foto bondage scattate da Klaw, che portarono alla morte di uomo che ne avrebbe praticato le tecniche ispirandosi agli scatti che vedevano la Page come protagonista.


Dai riflettori del successo al buio della malattia. Abbandonata la carriera di modella, Bettie Page si rifugiò nella chiesa. Negli anni ’80 le venne diagnosticata una schizofrenia acuta che la costrinse a trascorrere due anni all’interno di un ospedale psichiatrico. Nonostante ciò il suo mito non cessò e fu durante quegli anni che nacquero numerosi fumetti ispirati al suo personaggio. Bettie non apparì mai più in pubblico “voglio che mi ricordiate per come ero” disse una volta durante un’intervista telefonica, mentre nel 1998 rilasciò un’intervista a Playboy in cui dichiarò che nella sua carriera «non ho mai pensato che fosse qualcosa di vergognoso. Mi sentivo normale. Semplicemente era molto meglio che battere a una macchina da scrivere per otto ore al giorno».

Viviana Guglielmino